Persecuzione Cristiani in Ucraina
In occasione del Santo Natale 2025 preme occuparsi di un tema colpevolmente ignorato dai mass media e poco conosciuto dalla larga parte dell’opinione pubblica.
Il sanguinoso e purtroppo duraturo conflitto ucraino, come tutti gli scontri bellici di notevole entità, erompe dalla mera dimensione bellica e diplomatica per coinvolgere e influenzare le più svariate dinamiche all’interno delle società coinvolte.
Tra esse, forse la meno indagata è quella religiosa. Immersi nella nostra bolla laicista, in Occidente abbiamo derubricato da decenni il fenomeno religioso alla marginalità, spesso addirittura alla pubblica derisione. Al contrario, nella “martoriata Ucraina” secondo la famosa dizione di Papa Francesco, si combatte non solo nelle trincee, non si lanciano solo missili e droni, ma si scagliano offensive, molto violente, contro la fede cristiana.
La composizione religiosa ucraina è teatro di dispute geopolitiche e sommovimenti sociali da secoli, rispecchiando appieno la natura “frontaliera” delle terre kievane, poste tra il mondo russo e quello “europeo”.
Fin dalla seconda metà del Seicento, con la definitiva entrata di Kiev nella sfera di influenza russa, il Patriarcato di Mosca è stato riconosciuto come titolare, sulle terre ucraine, della giurisdizione ecclesiastica in campo ortodosso, circostanza ampiamente riconosciuta anche de facto dalla stragrande maggioranza della popolazione locale.
Tale scenario ha mostrato le prime crepe a seguito della caduta dell’impero zarista, evento che favorì l’emersione dei tentativi di indipendenza ucraina, spesso sobillati da potenze straniere in funzione anti-russa, durante i quali è stato costantemente promosso il progetto autocefalo dell’ortodossia ucraina. Schema riproposto nel corso del Novecento, ogni qualvolta si sono presentate tutte le brevi finestre temporali in cui la nazione ucraina ha rivendicato una fragile indipendenza da Mosca.
Il riconoscimento giuridico e politico dell’autocefalia ucraina dovette ovviamente aspettare la fatidica indipendenza ucraina intercorsa nel 1991, evento che permise la presenza di ben tre Chiese ortodosse (senza considerare quella uniate, fedele a Roma, conservante il rito greco-ortodosso) tese a contendersi le anime dei fedeli ucraini. Sì, perché oltre alla Chiesa legata a Mosca, si crearono altre due Chiese autocefale ucraine, in competizione tra loro, ma comunque con scarso seguito in patria, risultando perlopiù diffuse negli ambienti della diaspora ucraina soprattutto in Nord-America.
La maggioranza dei fedeli continuava a seguire l’affiliazione storica a Mosca dimostrando di curarsi poco degli avvenimenti politici, preferendoli la “semplice” fede.
Tale “guerra fredda” in seno all’ortodossia ucraina rimase in una posizione di stallo nel primo quindicennio post indipendenza. Con l’inasprimento del rapporto con Mosca a partire dal 2014, a seguito degli eventi di Euromaidan, dell’annessione russa della Crimea e l’inizio del conflitto in Donbass, le autorità politiche ucraine, guidate dal presidente Petro Porosenko, si misero al lavoro per ricucire la frattura tra le due Chiese “nazionali” e giungere alla formazione di una forte e unitaria Chiesa autocefala ucraina da poter contrapporre a Mosca, obiettivo ritenuto di primaria importanza da parte del governo ucraino perché tassello del più esteso progetto nazionalista di Kiev.
Il progetto autocefalo ucraino fu spalleggiato dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il quale l’11 ottobre 2018, annunciò il proprio parere favorevole alla concessione dell’autocefalia ucraina, revocando la “lettera di rilascio” del 1686 che attestava la Metropolia di Kiev come parte del Patriarcato di Mosca, assieme alle scomuniche fino ad allora comminate al clero e ai fedeli delle due Chiese ortodosse ucraine, considerate scismatiche da Mosca e dalle altre Chiese ortodosse.
Il 15 dicembre 2018 venne ufficialmente istituita la Chiesa ortodossa dell’Ucraina. Riunito appositamente il “concilio di riunificazione”, i vescovi delle due Chiese ortodosse autocefale, con decisione unanime, sancirono l’unione in una nuova Chiesa, eleggendo “metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina” Epifanio, nuovo primate della Chiesa ortodossa dell’Ucraina.
Sigillo alla (nuova) e completa indipendenza canonica fu posto il 5 gennaio 2019, dal Patriarca Bartolomeo con la firma del Tomos che riconobbe ufficialmente l’autocefalia della Chiesa ortodossa dell’Ucraina.
Il chiaro intento anti-russo sotteso al progetto autocefalo ucraino, in realtà oltre a provocare un ulteriore punto di frizione e di cesura con Mosca, ha provocato una profonda lacerazione all’interno della società ucraina, squarciando la fede maggioritaria, quella ortodossa, in due tronconi totalmente inconciliabili.
Il conflitto principiato il 24 febbraio 2022 ha esacerbato la vexata quaestio sull’autocefalia ucraina, rendendo l’Ortodossia (in tutte le sue declinazioni) uno dei molteplici fronti del conflitto russo-ucraino. Il neo autocefalo Patriarcato di Kiev, si è rivelato funzionale strumento nelle mani dei decisori ucraini per conclamare la netta frattura con Mosca e il (definitivo?) riavvicinamento all’ Occidente.
La Verchovna Rada (il parlamento) e l’esecutivo ucraino, dopo aver ricoperto un ruolo decisivo nella promozione dell’autocefalia ucraina, lanciarono una vera e propria offensiva contro la Chiesa ortodossa legata a Mosca, detta canonica, nel tentativo di obliterarne definitivamente la presenza o per lo meno l’influenza sul suolo ucraino.
Una martellante campagna mediatica, contro la Chiesa ortodossa canonica, veementemente accusata di collaborazionismo con l’invasore, si accompagnò alla messa in campo di numerose operazioni giudiziarie e poliziesche che presero di mira esponenti del clero e soprattutto luoghi di culto nonchè strutture accessorie appartenenti alla Chiesa ortodossa non autocefala.
La postura repressiva e discriminatoria del governo ucraino si è tradotta nella promulgazione della legge del settembre 2024 in cui si prevede la messa al bando in Ucraina della Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca, considerata un’estensione ideologica dello Stato russo.
La norma, violando esplicitamente il principio della libertà religiosa e della separazione tra Stato e Chiesa, intende definire i principi organizzativi del funzionamento delle organizzazioni religiose “straniere”, definendole e determinando quando e a che condizioni esse possano svolgere la loro attività sul suolo ucraino.
Il provvedimento, è stato contestato da diverse organizzazioni internazionali (come l’Alto Commissariato dei diritti umani delle Nazioni Unite) e anche dallo stesso Vaticano, da Papa Francesco in persona, in quanto chiara minaccia della libertà religiosa in nome dell’appartenenza statuale e nazionale e quale strumento foriero di aggravamento della lacerazione identitaria già presente nel paese.
Il provvedimento e le annesse misure di repressione poliziesca e giudiziaria evidenziano l’approccio coercitivo dell’autocefalia ucraina. Non decollando nella realtà, poiché ancora minoritaria del paese, si cerca di diffonderla con la forza perseguitando e reprimendo la Chiesa ortodossa canonica.
In nome della sicurezza nazionale e di una paventata “coesione nazionale”, da raggiungere in nome di una ucrainizzazione forzata e totale, anche a costo della realizzazione di una sorta di “pulizia religiosa”, si violano quegli stessi principi di libertà e di rispetto dei diritti umani, “valori europei” per antonomasia, cui Kiev dice di voler aderire e in rappresentanza dei quali è stata elevata a baluardo difensivo contro la Russia da parte degli stessi organismi comunitari.
Evidente cortocircuito di quell’onesta intellettuale che dovrebbe essere propria non solo delle opinioni pubbliche europee ma soprattutto dei mezzi di informazione occidentali, al contrario risultati colpevolmente silenti sul tema. Mutismo che facilmente si può scambiare per complicità, poiché avvalla l’impunità che avvolge la persecuzione religiosa attuata dallo Stato ucraino.
Diritti, valori, ancora una volta utilizzati come mere sovrastrutture ideologiche, quindi propagandistiche, foglie di fico utili a schermare i più stringenti interessi geopolitici.
Nonostante questo, negli ultimi mesi, il caso è divenuto talmente macroscopico da non poter essere più bellamente ignorato. Le numerose evidenze e l’esacerbarsi della situazione a seguito della definitiva decisione di messa al bando della Chiesa canonica avvenuta lo scorso agosto, hanno mobilitato numerose Ong, organizzazioni internazionali e operatori nel campo dei diritti umani.
Di massimo rilievo l’intervento ad opera di un comitato di espertilegati alle Nazioni Unite, i quali a maggio 2025, hanno redatto e inviato al governo ucraino una Lettera di Accusa. Tale tipo di lettere sono redatte e firmate da uno o più esperti indipendenti (relatori speciali/esperti indipendenti) incaricati dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. I sette esperti in questionericoprono varie aree di competenza a dimostrazione che le violazioni dei propri obblighi da parte dell’Ucraina sono sistemiche e riguardano non solo una, ma molteplici aree dei diritti umani.
Pur non essendo vincolanti né comportando sanzioni legali, queste lettere hanno un notevole peso politico, possono fungere da strumenti di pressione internazionale, possono essere incluse nei rapporti ufficiali delle Nazioni Unite e possono persino essere citate in procedimenti giudiziari nazionali o internazionali.
Gli autori affermano che la Chiesa ortodossa canonica sarebbe vittima di una sistematica discriminazione attuata attraverso provvedimenti persecutori, tra cui procedimenti penali nei confronti del clero, dei credenti e di coloro che cercano di documentarli o difenderli legalmente. Risulta essere copiosa l’entità dei diritti umani e delle forme di libertà violati, di cui a quella religiosa, risulta essere la più evidente:
Categoria, quella dell’estremismo, ovviamente senza alcun valore giuridico internazionale vincolante ed inconciliabile con il principio della certezza del diritto, risultando esso assolutamente incompatibile con l’esercizio di alcuni diritti umani fondamentali.
Le vittime della persecuzione sono state sottoposte oltre che ai già citati casi di intimidazione, arresti domiciliari, detenzione preventiva prolungata anche alla revoca della cittadinanza. Tra tutti, spicca il caso dello stesso vertice della Chiesa ortodossa canonica, il metropolita Onufryj (Berezovskij) nel luglio 2025, a seguito di indagini su possibili legami con la Russia e accuse di attività contro l’integrità territoriale ucraina, nonostante laposizione neutrale assunta sul conflitto e la dichiarazione di indipendenza amministrativa da Mosca espressa già nel 2022 dalla Chiesa canonica. Tali misure confliggono apertamente con gli obblighi previsti dalla Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia.
Il quadro sovraesposto delinea una possibile concreta violazione di tutta una serie di obblighi dell’Ucraina ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, delle Convenzioni e degli organismi internazionali di cui lo Stato ucraino è parte, in particolar modo si evidenzia il mancato rispetto degli obblighi derivanti dal Patto Internazionale sulla Civiltà
e diritti politici (ICCPR), ratificato da Kiev nel 1973. E’ bene ricordare che seppur l’attuale conflitto armato possa giustificare l’utilizzo di misure straordinarie legate all’ interesse nazionale, tali da consentire deroghe alla tutela dei diritti umani, il diritto alla libertà di religione o di credo, rimane inderogabile in ogni circostanza, dettaglio sottolineato e in conformità con lo stesso ICCPR che all’articolo 18(3) non prevede limitazioni basate sulla “sicurezza nazionale”.
Gli esperti chiedono al governo ucraino di spiegare questi e altri casi di violazioni, di riferire sulle misure adottate per proteggere i diritti dei cittadini e di specificare come i diritti violati, compresi i diritti di proprietà, possano essere ripristinati.
Sebbene la lettera non imponga di per sé sanzioni o conseguenze legali, costituisce un avvertimento ufficiale alla comunità internazionale sulla sistematica violazione dei diritti umani da parte dell’Ucraina. L’intento è stimolare il dibattito internazionale sull’argomento, sollecitando le organizzazioni internazionali (governative e non governative), parlamenti stranieri, organi di stampa ad esercitare adeguate pressioni sul governo ucraino affinchè intervenga a ripristinare i diritti violati e tuteli i soggetti e le istituzioni coinvolti.
Con il medesimo intento, formuliamo questo appello, certi dell’importanza della libertà religiosa e del ruolo delle Chiese nella società per il sano sviluppo delle vicende umane. Ruolo reso imprescindibile in maggior misura negli scenari bellici, non solo durante lo svolgersi dei conflitti, ma soprattutto dopo la fine delle operazioni belliche. L’azione umanitaria, insita nell’anima e nel corpo delle Chiese cristiane, è fattore decisivo della transizione dalla guerra alla pace, l’azione umanitaria è azione di pace, ricchezza di cui il mondo non può esserne privo.
Non bisogna dimenticare o svalutare la costante opera di “rammendo” operata dalla Chiesa, tra le parti sociali, anche ostili tra loro, tra Stati belligeranti, volto al ristabilimento del dialogo e delle relazioni reciproche, prospettiva necessaria per garantire la sicurezza dei popoli, itinerario lungo e tortuoso a cui non bisogna mai rinunciare. Obiettivo impossibile da raggiungere o semplicemente da percorrere senza un serio impegno alla cura e allo sviluppo di una sensibilità ecumenica all’interno del mai tramontato, perché imperativo, dovere all’unità dei cristiani.
Riallacciare i fili della grande famiglia cristiana, tutelarne il cammino dalle numerose persecuzioni di cui è vittima nel mondo, è passaggio ineludibile per permettere all’umanità, di affrontare serenamente, grazie al Cristianesimo, il nostro tempo così densodi cambiamenti epocali.







