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Questa guerra è per la vita o per la morte dell’Armenia

Pubblicato da: UVNS 0 Commenti

Il conflitto in Nagorno Karabakh non si ferma. La tregua mediata dalla Russia una settimana fa per il cessate il fuoco tra le forze armene e azere è stata disattesa con un reciproco scambio di accuse e ha portato negli ultimi giorni a un crescendo delle ostilità nella regione. Nell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, amministrata dagli armeni ma riconosciuta a livello internazionale come parte dell’Azerbaijan, la contesa etnico-territoriale è inasprita dalle opposte confessioni religiose. Da una parte l’Armenia cristiana, dall’altra l’Azerbaigian musulmano, apertamente sostenuto dalla Turchia di Erdogan.

Un’interessante testimonianza sulla questione è stata resa da Teresa Mkhitaryan, armena residente in Svizzera e fondatrice dell’associazione umanitaria Il Germoglio, in un’intervista pubblicata su La Nuova Bussola Quotidiana. Sulle ragioni del conflitto: “La causa della guerra è ovvia, eppure ci sono giornali che scrivono che l’Armenia con solo 3 milioni di abitanti ha invaso gli azeri, che sono sostenuti dai turchi e dai jihadisti. È ridicolo. L’Armenia è il più antico paese cristiano. Paese che si trova fra la Turchia e l’Azerbaijan che ci vedono come l’ostacolo al sogno pan-turco. Il genocidio armeno da parte turca del 1915 fu attuato per la stessa ragione. […] Quando Stalin prese il potere diede la regione del Nagorno-Karabakh e del Nakhichevan, appartenenti all’Armenia, all’Azerbaijan, uno Stato che esiste solo dal 1921. Quando l’ Urss crollò, tutte le Repubbliche cominciarono a dichiarare l’indipendenza dall’Unione Sovietica e il Nagorno-Karabakh fece lo stesso grazie ad un referendum in cui il 99,8 per cento della popolazione si diceva a favore dell’indipendenza. In questa terra ci sono 300 monumenti cristiani: è una terra tutta armena e cristiana che non c’entra nulla con l’Azerbaijan turco-musulmano, che con la scusa di questo territorio sta facendo una guerra sporca e violenta”.

Sulle reazioni della popolazione armena dopo anni di pace e l’indissolubile legame col Cristianesimo: “Abbiamo alle spalle un genocidio e la sottomissione alla Russia sovietica: sappiamo che questa guerra è per la vita o la morte dell’Armenia, perciò nessuno scappa, anzi tanti armeni stanno tornando in patria, in 20mila armeni sono arrivati con i bus dalla Georgia. I miei nipoti, mio cognato, mio zio, arrivato da Mosca, e tutti gli uomini che conosco sono andati ad arruolarsi nell’esercito come volontari. Le nostre madri, come la mia, ci hanno cresciuto dicendo che “se moriamo, moriamo tutti insieme ma prima di morire dobbiamo aver combattuto”. Siamo un popolo che sa di avere una responsabilità anche nei confronti di Dio. Il cristianesimo è al centro dell’educazione: la fede non è solo un rituale ma un modo di vivere. La tradizione cristiana e la memoria del genocidio sono molto presenti. Nella mia città, Yerevan, in questi giorni c’è la fila per entrare in Chiesa a pregare. La stessa che ho visto fuori dai supermercati italiani durante il Covid. Inoltre abbiamo preti non secolarizzati che fin da piccoli educano i bambini alla battaglia, insegnando la responsabilità di testimoniare Gesù perché siamo suo popolo, piccolo ma con una grande missione”.

Su chi sostiene che parlare di conflitto religioso sia controproducente: “Se così fosse il presidente dell’Azerbaijan non avrebbe ordinato la distruzione di migliaia di croci armene patrimonio dell’Unesco. Inoltre i cristiani stanno scomparendo per la ragione contraria: non abbiamo il coraggio di dire la verità e di combattere. Quando è avvenuto il genocidio i turchi dicevano agli armeni che se si fossero convertiti all’Islam si sarebbero salvati, non sarebbero stati torturati, i neonati non sarebbero stati sgozzati… ma hanno preferito morire martiri. Se noi armeni cristiani ci siamo ancora è grazie a questo sacrificio, altrimenti saremmo tutti musulmani”.

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